![]() Jeff Koons |
Biografia Jeff Koons nasce a York (Pennsylvania) il 21 gennaio del 1955. Incoraggiato dai genitori nella sua passione per la pittura, prende lezioni private e aiuta il padre nell’allestire il suo negozio di arredamento. Dal 1975 al 1976 studia all’Art Institute di Chicago: tra i suoi insegnanti c’è il pittore Ed Pasche del quale diventa assistente di studio. Ancora studente non esita a chiamare Salvador Dalí al telefono per chiedergli un breve incontro. Frequenta il Maryland Institute College of Art di Baltimora dove si diploma nel 1976. Trasferitosi a New York l’anno dopo, Koons trova una scena culturale molto vivace che contribuisce a modificare le sue passioni pittoriche verso elementi meno tradizionali portandolo, ad esempio, a concentrarsi sull’arte concettuale e sul lavoro di artisti atipici come Robert Smithson e Martin Kippenberger. Lavora come assistente alle relazioni con il pubblico al MoMA e, successivamente, diventa venditore di fondi comuni d’investimento prima di cominciare la sua carriera artistica. La prima occasione importante arriva nel 1980 con un intervento nelle vetrine del New Museum, nella vecchia sede di Broadway, dove Koons espone The New, una particolare installazione realizzata con degli aspirapolvere che stabilisce una singolare coincidenza con l'intervento di Andy Warhol nelle vetrine del grande magazzino Bonwit Teller a New York nel 1961. Negli anni Ottanta il lavoro di Jeff Koons viene alternativamente etichettato come neo-geo (da nuova geometria, al pari di artisti quali Haim Steinbach e Peter Halley) e neo-pop, visto che, al pari degli artisti pop, Koons utilizza le proprie opere per riflettere sulle dinamiche capitaliste del mondo contemporaneo, su una società occidentale dominata dal desiderio per le immagini narcisistiche e per lo sconfinato mondo delle merci. A tale scopo, Jeff Koons non esita ad utilizzare strategicamente le stesse armi della società capitalista, come un professionista del marketing e della pubblicità: Sto cercando di rendere competitiva l’arte in una società competitiva. La dimensione comunicativa del suo lavoro e dichiarazioni quali, Il mio lavoro non ha altre componenti estetiche al di là dell’estetica della comunicazione (Jeff Koons Handbook, Rizzoli 1992) rappresentano una base importante per artisti che cominciano ad operare alla fine degli anni Ottanta e che faranno tesoro di queste dinamiche (ad esempio, Damien Hirst, Maurizio Cattelan...). Con sculture e installazioni Koons rielabora e rivoluziona la tradizione modernista del secolo appena trascorso, utilizzando e rinnovando l’eredità dei readymade di Duchamp e delle appropriazioni della pop art. Equilibrium è il titolo della sua prima personale che ha luogo alla galleria International with Monument nel 1985. Si trattava di una galleria particolare, aperta l’anno prima da tre artisti (Kent Klamen, Meyer Vaisman ed Elizabeth Koury) e che grazie agli emergenti Peter Halley e Jeff Koons alimentò la leggenda dell’East Village come luogo della creatività newyorkese. Nel novembre del 1986 il gruppo di artisti legato alla galleria (Halley, Koons, Vaisman e Ashley Bickerton) espone da Ileana Sonnabend contribuendo a revitalizzare uno spazio di prestigio che non offriva novità da molti anni. Per Koons, il passaggio da Ileana Sonnabend rappresenta il primo passo verso la consacrazione di “artista degli anni Ottanta” e l’inizio di una lunga collaborazione, seppure non esclusiva. Dopo aver cominciato ad esporre da Ileana nel 1986, ho fatto molte più mostre in Europa, vi ho trascorso molto più tempo e ho anche cominciato a produrre lì le cose. Ma il rapporto con Sonnabend è sempre stato una faccenda che riguardava l'arte, non il denaro o la vendita. (Katy Siegel, 80s Then, Artforum, marzo 2003). È una tipica strategia di Koons, infatti, quella di non dipendere da un solo gallerista, ma di coinvolgere nello stadio produttivo anche altre figure (vedi le frequenti collaborazioni con Jeffrey Deitch e Daniel Weinberg) che ne promuovono il lavoro trovando i fondi necessari alla realizzazione e rendendo spesso partecipi, anche in fase di pre-produzione, i principali collezionisti (Eli Broad, Peter Brant, Dakis Joannou, Stephan Edlis, François Pinault…). Jeff Koons porta un passo avanti il concetto di readymade duchampiano realizzando quelli che lui stesso definisce “oggetti con un senso interno del readymade”. [...] Nel 1992 viene organizzata la prima retrospettiva dedicata all’artista americano con una mostra itinerante che prevede musei prestigiosi quali il San Francisco Museum of Modern Art, il Walker Art Center di Minneapolis, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, l’Aarhus Kunstmuseum in Danimarca e la Staatsgalerie di Stoccarda. Il 1992 è anche l’anno in cui Koons realizza una delle immagini più popolari della sua carriera. Puppy, è un West Highland White Terrier alto tredici metri e composto da un’armatura capace di contenere 70.000 fiori, nelle parole dell’artista un simbolo di amore, calore e felicità. Viene esposto (in una collettiva a cura di Veit Loers) nel cortile del castello barocco di Arolsen, a poca distanza da Kassel dove, in contemporanea, Jan Hoet aveva curato Documenta 9. Dopo la prima tedesca, Puppy viene ricostruito nel 1995 nella zona portuale di Sydney con una nuova struttura in acciaio che comprende un sistema d’irrigazione interno. Nel 1997, l’opera viene acquistata dalla Solomon R. Guggenheim Foundation che la colloca davanti al Guggenheim Museum di Bilbao. Nel 2000, Puppy è in tournee a New York dove per tutta l’estate resta a guardia del Rockefeller Center (nello stesso posto in cui a dicembre viene sistemato l’albero di Natale) prima di tornare a Bilbao. Dalle pagine del New York Times, Roberta Smith tratta Puppy come l’ennesimo lavoro di Koons destinato a far parlare di sé [...] |
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