dontstop...

daniel birnbaum

Posizionamento mobile
(Perché Hans Ulrich Obrist

non è un curatore d'arte contemporanea.
Perché Hans Ulrich Obrist

non è un critico d'arte contemporanea)


di Stefano Boeri












Viviamo un periodo di grande fertilità e di grande ipocrisia nella sfera dell’arte contemporanea. Un'ipocrisia che riguarda soprattutto la divisione dei ruoli tra produzione, critica e curatela.
Come sappiamo, critica e curatela di arte contemporanea dovrebbero fondarsi su un comune ordine del discorso, che le distingue dalla sfera della produzione artistica. Un ordine del discorso che opera secondo i due grandi esercizi della perimetrazione e della classificazione; entrambe sono infatti chiamate ad includere ed escludere entro campi di valore e classi di merito autori, opere, luoghi e istituzioni.
La critica d’arte contemporanea dovrebbe stabilire la sfera ontologica in cui qualcosa di nuovo accade ed è in corso: entro questa sfera costruire famiglie, tendenze, prospettive; osservare l’evoluzione degli artisti e delle opere, coglierne e certificarne le fasi, gli scarti, le cadute, gli intervalli. Storicizzarne il presente.
L’ordine del discorso della curatela dovrebbe invece fondarsi su un criterio tendenzialmente geografico. Circoscrivere i territori dove il nuovo è in azione. Seguire e orientare il percorso degli artisti, costruire spazi e occasioni di incontro, generare esclusioni. Creare gerarchie di luoghi e di istituzioni.
Per riassumere, la critica d’arte contemporanea dovrebbe circoscrivere e classificare sul piano della storia presente quello che la curatela dovrebbe circoscrivere e classificare sul piano della geografia presente.
Ma a ben guardare, le cose oggi non stanno così. Anzi, da tempo ormai i due ambiti sono di fatto sempre più sovrapponibili e sovrapposti, al punto da diventare quasi sinonimi. Oggi, nei territori dell’arte contemporanea, la curatela ha assorbito il ruolo della critica e la critica si è protesa fino a occupare lo spazio di azione della curatela.
Ma c’è di più: è cambiata la natura della sfera di produzione di arte contemporanea, che oggi ha divorato i presupposti della critica e della curatela.
Da Andy Warhol a Dan Graham, da Alighiero Boetti a Matthew Barney, l’arte è diventata gradualmente una pratica delocalizzata e autoriflessiva. Che sfugge alla geografia e pretende di storicizzare sé stessa. Gli artisti si muovono su un territorio globale e amplissimo, dove si sono moltiplicate le occasioni espositive (biennali, fiere, mostre antologiche, retrospettive) e dove le tendenze nascono più dal posizionamento entro un certo evento che da una classificazione di generi e poetiche.
Addirittura, come è stato più volte notato, in questa luce, ogni artista è potenzialmente autore della sua critica e curatore della sua opera.
Ma, nonostante la sua evidenza sia esplosiva, questa sostanziale con-fusione di identità, aspettative, compiti continua ad essere di fatto anestetizzata, rimossa.
Nel mare delle dissolvenze, galleggiano infatti ancora ruoli professionali rigidi, committenze codificate secondo codici e istituzioni anacronistici. Curatori che fingono di fare solo i curatori chiamano artisti che fingono di essere solo artisti a produrre opere da esporre al giudizio di critici che fingono di esercitare solo il mestiere della critica.
Ruoli che spezzettano formalmente un campo di pratiche sostanzialmente unificato dallo sfumare delle differenze di genere.

Il lavoro di Hans Ulrich Obrist è indecifrabile se si prescinde dal rilievo di questa fertile con-fusione; e dell’ipocrisia che di continuo la nasconde.
A dispetto delle sue "competenze formali”, Obrist non è un curatore e non è nemmeno un critico di arte contemporanea; non lo è nonostante si muova entro l’ordine del discorso che fonda le due discipline; nonostante accetti di assumere ruoli e identità dettate dalle rispettive sfere di azione.
Obrist non è un curatore e neppure un critico, semplicemente lavora sullo stato delle cose esistenti.
Obrist non perimetra e classifica campi geografici e sfere di azione dell’arte. A ben guardare, il lavoro di Obrist ruota piuttosto attorno al concetto di posizionamento.
Obrist si posiziona, cioè mette in posizione il suo corpo nel campo di tensioni dell’arte contemporanea, allo scopo di intercettare e modificare i materiali sparsi che compongono il mare delle dissolvenze in cui sfumano i confini tra i ruoli.
Obrist progetta il movimento del suo corpo nel pianeta e grazie a questo incontra artisti, opere, recensioni, fiere, saggi, istituzioni, eventi, riviste, collezioni, mercanti, giornalisti, archivi, scuole, installazioni, musei, performance, seminari, convegni, congressi, laboratori, kunsthalle, galleristi, politici che costituiscono i materiali dell’arte contemporanea globale.
L’ordinamento dei materiali che Obrist compie nasce dall’incontro con il suo corpo-sensore; non risponde a un criterio di perimetrazione e di classificazione -stabilito a priori o ridefinito ex-post- ma corrisponde piuttosto ad un lavoro artistico. Arbitrario e mutevole, caratteriale e onnivoro. Ossessivo nella sua estensione pervasiva: tutto ciò che risulta rilevante va rilevato, tutti coloro che appaiono tesi a ricercare vanno ricercati e intervistati. Tutti: artisti, architetti, filosofi, operatori delle istituzioni, cineasti, politici, letterari, poeti, studenti, fotografi, o semplicemente testimoni.
Obrist lavora da anni ad un’opera d’arte globale sui materiali sparsi dell’arte contemporanea. Lavora sullo stato di cose esistenti con l’ossessione di chi sa di non potere fare a meno di percorrerlo per intero. E di chi combatte una battaglia utopica – questa davvero è una forma pura di utopia - contro l’amnesia. Per ridurre l’immensa crescente inevitabile distanza tra la memoria (individuale) e la storia (collettiva).
Ultima declinazione di body art, il posizionamento mobile – cioè l’intercettazione soggettiva e in movimento delle pratiche e delle esperienze artistiche – è una condizione ed una strategia necessaria e (in parte almeno) inconsapevole per un lavoro rigoroso sul mare dell’arte contemporanea.
Grazie all’arbitriarietà lucida e trasparente dell’arte, il lavoro di Obrist non è solo una salutare presa d’atto dello stato di cose esistenti, ma una condizione rivoluzionaria per il loro superamento.







  postmedia books Stefano Boeri è nato a Milano nel 1956. Ha insegnato progettazione urbana a Venezia, a Mendrisio e al Berlage di Rotterdam. Ha pubblicato numerosi libri ed è stato direttore di Domus. dal 2007 dirige la rivista Abitare.